Dentix, le catene e il Titanic

di | 11 Giugno 2020

Ormai è un fatto noto: le cliniche dentali facenti capo alla spagnola Dentix, non riapriranno nonostante i messaggi pilateschi affissi alle serrande che imputerebbero la chiusura a un fatto transitorio. 

Una pausa insomma, resa impellente dall’urgenza di riconvertire l’attività adeguandola ai nuovi e stringenti protocolli anti-Covid-19.

Al numero verde la voce metallica del risponditore da dieci minuti continua imperterrita a ripetere il refrain: “Benvenuto in Dentix, per favore rimanga in linea, a breve uno dei nostri operatori risponderà alla sua chiamata. La ringraziamo per l’attesa”. 

Ho provato per curiosità.

La verità è che non risponderanno mai. 

La probabilmente più nota catena del dentale cosiddetto low- cost è in fallimento.

Lo abbiamo appreso dai giornali. Migliaia di pazienti abbandonati con piani di cura in corso e saldati in anticipo come è costume di questi filibustieri, a cui della salute dei propri pazienti non è mai interessato proprio nulla.

Per loro erano soltanto clienti… quindi numeri. Destinati esclusivamente a realizzare profitti e numeri rimangono. 

Non parliamo della qualità dei lavori: inesistente, spesso fonte di problemi, dolori…denti estratti, infezioni, protesi che dondolano o su cui è impossibile masticare… un vero e proprio supplizio di cui sono tutti complici. 

Dal direttore sanitario, quasi sempre un mercenario che si vende per due spiccioli senza nemmeno avere la dignità di comprendere le reali responsabilità di cui andrà a rispondere. Al direttore commerciale: quello che vende terapie di cui non ha la benché minima competenza e che, sulla base di meri calcoli matematici stabilisce la durata delle sedute in funzione della marginalità. 

Una carie? Mezz’ora! 

Un impianto? Tre quarti d’ora! 

La pulizia? Mezz’ora! 

Terapie conservative complesse? Estrazione e protesi su impianti! 

Ma i denti sono recuperabili? È la vita bellezza! 

La cura non è necessaria? Tu segna, chissenefrega! 

Un fiorino. 

E poi giù giù nella catena di comando, fino ad arrivare ai medici coinvolti e complici, anche se non sempre consenzienti.

Una mentalità corsara trasversale e ramificata, a cui probabilmente ci siamo assuefatti e che porta alla realizzazione di vere e proprie truffe.

Imbrogli di cui ovviamente non risponderà nessuno, come da tradizione italica, terra di santi, poeti, navigatori… e bucanieri. 

Le società di comodo, la distrazione dei capitali a favore delle holding, l’amministratore nulla-tenente, magari la complicità di qualche bancario, l’amico dell’amico, i furbetti del quartierino, etc. 

Tutti spariti, tutti irreperibili.

A farne le spese una babele di umanità: gli ignari ed incolpevoli pazienti, i dipendenti, i collaboratori, i fornitori.

Un copione già noto e collaudatissimo: il buco, quindi lo scandalo, la rabbia che monta e infine la rassegnazione dei poveri raggirati di fronte alla comprovata impotenza di ottenere una qualche forma non dico di giustizia, ma almeno di ristoro.

Un pugno allo stomaco per chi invece quotidianamente suda e soffre per acquisire raffinate competenze da restituire ai propri assistiti sotto forma di un servizio di smaltata eccellenza. E lotta e spera per la reputazione di tutti i colleghi sani contro la montante nomea ormai diffusa. 

Moderni Don Chisciotte lanciati a bomba contro i mulini a vento. 

Tanto nel calderone dell’indignazione generale ci finiamo anche noi.

I dentisti? Tutti cani, tutti ladri! Amen. 

In effetti, a dire il vero, questo puntare il dito contro la Nuova Odontoiatria Organizzata, rischia di farci perdere di vista la questione di fondo. Qualche responsabilità credo dovremmo prendercela anche noi, se la reputazione che abbiamo non è delle più lusinghiere. 

Una delle categorie più litigiose (chi è quel cane che ti ha fatto questo lavoro?), vanesie e disprezzate (vedi i medici che ci considerano ancora la diretta emanazione dei barbieri del ‘700).

Queste strutture, infatti, non fanno altro che riproporre, certo sotto un vestito nuovo e accattivante, una visione della professione che puzza di antico: quella che vede nel paziente un bancomat a cui attingere senza troppa morale. 

Le vetrine di queste cliniche sono sontuose, scintillanti, portano l’idea e l’illusione di un brand, perché basato esclusivamente sull’apparenza e su paroloni assai poco differenzianti: sicurezza, tecnologia, qualità. 

Parole che possono masticare tutti e tutti possono confezionare a piacimento. 

Ma si tratta di brand di cartapesta, costruiti su un marketing menzognero, perché nei fatti non si traducono in asset identificativi, né sottendono un reale valore, dato che questi centri spesso riciclano vecchi arnesi della professione, con studi ormai compromessi e reclutano manodopera non specializzata pescando nel vasto stagno dei neolaureati.

Un vero e proprio dramma quello dei giovani, completamente ignorato dai rappresentanti istituzionali. 

Si tratta infatti di ragazzi, con un sogno infranto da un’esperienza universitaria costosissima e ridicola, perché ne escono fragili e completamente impreparati. 

E dato che nessuno studio professionale serio può formarli se non al prezzo di una gavetta dolorosissima, se non hanno lo studio del papi, non trovano altra soluzione che arruolarsi come milizia malretribuita della Nuova Odontoiatria Organizzata. 

O se per caso la trovassero, si tratta di realtà spesso improvvisate, che fanno pure peggio, con gravi lacune gestionali, organizzative e di sicurezza.

By the way, ho sempre avuto un pensiero nitido e preciso a riguardo e immaginato che queste cliniche non avessero futuro, proprio perché basate su un’idea meschina della professione che non regge più nel mercato globalizzato. 

E perché, accecate dal profitto, non investono sulla risorsa identificativa più importante e largamente sottostimata: il capitale umano, relegandolo a mera manovalanza con scarsa autonomia e modico corrispettivo.

(A parte pochi colleghi “istituzionalizzati”, dei tanti che ho incontrato e con cui ho parlato non ce ne è stato uno che considerasse queste strutture altro da palestre professionali in cui imparare un poco di mestiere e dove immaginasse di costruirsi un futuro).

Tuttavia hanno avuto almeno il pregio di svelare la verità: quella parte di categoria invisibile, animata da un’avidità compulsiva e che opera esclusivamente per il proprio personale arricchimento. 

E gli illustrissimi barricadieri de’ noàntri ora gridano allo scandalo, alla mercificazione del rapporto di cura, all’inquinamento della professione ad opera del capitale, alla trasformazione del paziente in cliente da spennare. 

Dimenticandosi che  sono magari gli stessi che negli anni hanno difeso strenuamente una consuetudine ed un costume diffuso e portato le associazioni sindacali su battaglie conservatrici e fuori tempo.

(Vedi il tariffario minimo invece di proporre l’orario minimo, ovvero il tempo minimo delle prestazioni al di sotto del quale non è possibile garantire quella qualità tanto sbandierata. Vedi l’educazione continua a suon di congressi prezzolati e tartine, invece di battersi per percorsi formativi istituzionali rigorosi, autentici, che favoriscano il merito e siano lontani da dinamiche clientelari, familistiche, lobbistiche, settarie e chi più ne ha più ne metta).

Una trincea ideologica ispirata al peggior corporativismo, insensibile al fuoco amico dei vari cialtroni, pirati, scalzacani. Esemplare interpretazione del gattopardismo nostrano, mentre tutto intorno inesorabilmente cambiava, le persone, il mercato, il mondo. 

Era il momento di scelte forti, coraggiose, innovative. 

Era il momento di certificare forte e chiaro che non siamo tutti ladri e tutti cani.

Si è scelto piuttosto di difendere tout court lo status quo.

E chi se ne fotte di quei poveri professionisti che in silenzio continuano ad erogare ai propri pazienti la propria competenza smisurata e bellissima, adattandosi ai tempi che cambiano, magari riducendo la marginalità, ma senza snaturare l’immenso valore di una professionalità condotta con etica ed altruismo.

Quelli sono dei disgraziati, poveri illusi che hanno preso troppo sul serio il giuramento di Ippocrate, destinati all’irrilevanza e all’anonimato. 

La loro è una deontologia barbara e suicida…quella che impedisce ad un medico, ancorché pressato da pragmatiche logiche di auto-sostentamento, quando non sedotto da un sedicente direttore commerciale, di proporre preventivi per terapie non necessarie… come il medico cantato da Fabrizio De André 

“ allora capii fui costretto a capire  / che fare il dottore è soltanto un mestiere / che la scienza non puoi regalarla alla gente / se non vuoi ammalarti dell’identico male / se non vuoi che il sistema ti pigli per fame.

(…)

perciò chiusi in bottiglia quei fiori di neve / l’etichetta diceva elisir di giovinezza.

E un giudice un giudice con la faccia da uomo / mi spedì a sfogliare i tramonti in prigione / inutile al mondo ed alle mie dita  / bollato per sempre truffatore imbroglione / esimio dottor professor truffatore imbroglione”. 

Adesso che l’iceberg è arrivato, rimane soltanto da capire chi suonerà sul ponte mentre questo nostro Titanic sta lentamente ed inesorabilmente affondando. 

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